L’artista, che da anni lavora tra Basilicata e Campania, ha offerto uno scenario insolito che ha incuriosito e divertito i visitatori. La Battaglia ha infatti riproposto, in chiave moderna e umoristica, rielaborazioni di opere di artisti famosi del passato. Il tema centrale è la celebrazione del corpo femminile visto come gioiello, oggetto perennemente presente nella mostra sia fisicamente, con installazioni di collane create dall’artista e indossate da due modelle, Mena Rusciano e Sofia campanile, sia nei titoli delle opere. “Una immagine che si produce in una s-cultura che nel proporsi come fotografia si rende solido, oltrepassa ed uccide le due dimensioni ed, insieme ad esse, il suo antecedente storico per rendere ciò che resta della donna, la sua più propria ed ossessiva cultura, quella del dettaglio. Sono qui stemperati da un barocchismo esasperato, sulle soglie del kitch, ostentato e ricercato al punto da fondersi con le forme di donna che, dette, sono destinate a sparire nella decorazione”. Così lo sguardo ha riconosciuto Klimt, Man Ray, ha spaziato da Botticelli a Warhol, ma si è percepito un gusto nuovo nei materiali ( la maggior parte di essi riciclati), nei personaggi e nelle forme. Salvatore La Battaglia ha voluto dedicare la mostra a Gaetano Dimatteo pittore-scenografo lucano. La mostra durerà fino all’11 febbraio, data in cui ci sarà il finissage, e si potrà visitare dal lunedì al venerdì dalle 16 alle 19.
La s-comparsa del mondo La Battaglia in azione
“Il Bello non è se non la promessa di felicità” (C. Baudelaire)
“L'essere che per la maggior parte degli uomini è la fonte dei piaceri più vivi e anche più durevoli (sia detto a mortificazione delle voluttà filosofiche); l'essere verso di cui o a beneficio del quale tendono tutti gli sforzi del maschio; codesto essere terribile e comunicabile al pari di Dio (…), l'essere in cui J. De Maistre ravvisava un bell'animale (…) la donna, per dirla in una parola, non è soltanto per l'artista in generale, e per G. in particolare, la femmina dell'uomo. Essa è piuttosto una divinità, un astro che presiede a tutte le concezioni del cervello virile; uno scintillio di tutte le grazie della natura condensate in un unico essere; l'oggetto dell'ammirazione della curiosità più acuta che l'affresco della vita possa offrire allo spettatore che contempla. È una specie di idolo, forse stupido, ma affascinante e stregato, che tiene sospesi ai suoi sguardi, destini e volontà. (…)”
Così Baudelaire definisce ne Il pittore della vita moderna il mundus muliebris, luogo della seduzione e dell'incanto, della perdita e del ritrovamento, della fine e dell'origine del mondo. Si chiarisce in tal modo lo spazio di una poetica del desiderio che, nella poesia, si dà nella volontà di ritrarre il piacere che tale visione suscita, creando forme che restino vive, segno tangibile di un'inesausta sete di visione. Tale potere di seduzione che l'immagine femminile esercita sul lettore si dà nella modernità in maniera s-composta, s-velata, dis-organica priva di una matrice armoniosa e naturale che la vuole semplice atto della rappresentazione.
“E qual è poi l'uomo che per la strada, a teatro, al parco, non abbia goduto, nella forma più disinteressata, di una toletta sapientemente composta, e non ne abbia attinto un'immagine inseparabile della bellezza di colei a cui apparteneva, così facendo delle due entità, della donna e della veste, un tutto invisibile?” (C.Baudelaire)
In tal senso la produzione di La Battaglia presenta, ri-proponendo in un caleidoscopio di immagini-citazioni provenienti da alcuni dei capolavori assoluti del periodo a cavallo tra XIX e XX sec., la problematicità del dare alla donna, o alla sete di essa, un volto univoco e puro. Sulla donna, nella raffigurazione della sua immagine, si esercita al meglio la moda in cui l'autore dei Salons vedeva la morale e l'estetica del tempo rappresentando uno strumento di messa in scena, dell'identità sociale e culturale cui si vuole dare un volto, in cui l'uomo finisce per assomigliare a ciò che vorrebbe essere. Una immagine che si produce in una s-cultura che nel proporsi come fotografia si rende solido, oltrepassa ed uccide le due dimensioni ed, insieme ad esse, il suo antecedente storico per rendere ciò che resta della donna, la sua più propria ed ossessiva cultura, quella del dettaglio. Il gioiello diviene il punto di vista particolare, il gesto assoluto che della donna parla facendone a meno, dicendone solo la mancanza, il desiderio, il potere di seduzione. L'eros e la morte, così ossessivamente presenti nell'opera di Klimt, sono qui stemperati da un barocchismo esasperato, sulle soglie del kitch, ostentato e ricercato al punto da fondersi con le forme di donna che, dette, sono destinate a sparire nella decorazione. Nel suo scritto dedicato ai Gioielli, ne La moda, Mallarmè esclamava:
“la decorazione! Tutto è in questa parola: e io consiglierei a una signora, che esita a chi affidare il disegno, all'architetto che le costruisce il palazzo, piuttosto che alla sarta illustre che le confeziona il suo abito da sera. Tale, in una parola, l'arte del Gioiello; e, detto questo per non tornarci più sopra, passiamo da alcuni luoghi comuni ad alcuni particolari.”
Ecco perchè ogni particolare, ogni dettaglio che nel gioiello si dà come assoluto diviene indispensabile accessorio del femminile, lo descrive e lo contempla, si offre in maniera assoluta pronto a definirsi come nuova natura della bellezza muliebre. “Fiori e gioielli: ogni specie non ha, come dire, il suo terreno? Un certo splendore di sole si addice a questo fiore, un certo tipo di donna a quel gioiello. ” (Mallarmè) E come un fiore, la bellezza della donna, evocata dal desiderio metallico della materia si propone ed interroga sulla sua stessa presenza, sulla sua s-comparsa.
Viviana Reda, curatrice della mostra. |